Storia di Pomarance


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Dal Secondo al Quinto Secolo

Romani

Il Secolo d'oro e le prime invasioni barbariche
Il II secolo dell'era cristiana può definirsi il secolo d'oro. Fra turbamenti e burrascose vicende seguite alla uccisione di Nerone (68) ed il prepotente risveglio della minaccia dei barbari ai confini sul finire del regno di Marco Aurelio (180), la popolazione delle nostre contrade gode di grande prosperità, con governo efficiente e grande sicurezza interna. L'Italia è la contrada dell'Impero romano più avvantaggiata.
Tra le grandi attività agricole è segnalata la coltura della vite e dell'olivo, già da tempo diffusa, che ora raggiunge anche le regioni più impervie ed in parte anche quelle ove si seminavano i cereali. La produzione del vino e dell'olio è abbondantissima e più abbondante e lucrosa ne è l'esportazione. I nostri vini vanno nelle Provincie settentrionali e provinciali dell'Impero.
(Possiamo oggi sperare, nella seconda metà del secolo XX, che si ripeta questa esportazione se il tanto difficile parto del mercato comune europeo si realizzerà?).
Tra le grandi attività di arte edificatoria a noi più vicine dobbiamo segnalare; le terme di Larderello (Acque volaterrane) ove oggi è il bel fabbricato dei bagni della Perla. In Volterra il teatro romano, le terme, la piscina, opere varie di scultura ed inoltre le terme di Populonia (Acquae Popolonia) in Val di Cornia.

IlI Secolo

Con la morte dell'Imperatore romano Caracalla (217) ha inizio la lenta ed inesorabile decadenza dell'Impero, che è anche favorita dalla sempre crescente turbolenza delle legioni, pressate dai barbari ai confini. L'Italia va immiserendosi, dilaga il latifondo, le tasse divengono sempre più onerose e gli affamati aumentano. Non si crede alle divinità nazionali, mentre si diffonde la dottrina di Cristo, che, nonostante le persecuzioni, penetra sempre più nel mondo romano.
Le prime invasioni barbariche arrivano di sorpresa e quasi indisturbate raggiungono Milano: si ricorre ai primi ripari. Le città si restringono e si innalzano le mura a difesa, dietro ad esse si continuerà a difendersi fino al medioevo. Anche a Roma Aureliano, (272) che intravede il pericolo, inizia a cingere la città con imponenti mura e torri.

La tavola Peutingeriana
Un documento importante per svelare le antichità del nostro territorio è la Tabula Peutingeriana il cui originale, formato da 14 tavolette è conservato nella Biblioteca di Vienna.
Essa rappresenta un primo tentativo di carta geografica che risale al III secolo per il primitivo esemplare. Le tavolette di Vienna, sono credute una copia dell' VIII o IX secolo e una di queste riguarda il territorio volterrano. Chi le eseguì adottò il sistema della prospettiva orizzontale. Non vi sono proporzioni e si notano gravi errori.
Osservando attentamente le tavolette peutingeriane, relative al nostro territorio notiamo che mentre il disegno è sostanzialmente esatto, salvo il detto concetto della visuale orizzontale, non felice è la parte di chi indicò in lettere i nomi dei luoghi. Si può notare che la tavoletta rappresentante il territorio di Pisa è più dettagliata di quella di Volterra e Populonia e la scrittura in caratteri medioevali rivela un rifacimento arbitrario più che una copia dall'originale. Possiamo ritenere che le tavole fossero in origine meno errate di quanto ci appaiono oggi e fatte come già detto nel secolo VIII o IX, in tempi di estrema decadenza culturale.
Nella Tabula Peutingeriana per la prima volta abbiamo notizia della strada che congiunge le Aquae Volaterranae al mare. E' una via secondaria detta Carrariae o Divertucula che collega la via consolare di Emilio Scauro con i primitivi centri abitati dell'agro volterrano. (Da notare che oggi non si trovano nella valle della Cecina, ove era il Diverticula, nomi locali di tipo etrusco, né di origine coloniale romana).
La tabula, che prese il nome dal suo primo illustratore, archeologo tedesco Corrado Peutinger, mostra nella parte inferiore la costa settentrionale dell'Africa, sopra a questa il mare a cui è sovrapposta quella d'Italia, che va da Genova a Porto Ercole. La Sardegna è posta di fronte alla costa da Populonia a Luni. Ancora più in alto la catena degli Appennini, la pianura padana, le Alpi e le terre continentali dell'Europa.
Prendendo in esame la vasta zona costiera a noi adiacente, possiamo notare da sinistra verso destra :
-Luni alla foce della Magra, famoso centro primitivo ligure che ha dato poi il nome alla Lunigiana.
-Taberna Frigida, da individuarsi come taverna, ove si soffermavano i viandanti, presso il fiume Frigido e corrispondente all'odierna Massa.
-Fossis Papirianis, da ritenersi come opere idrauliche in relazione con il Lago di Massaciuccoli. corrispondente alla Fossa dell'Abate presso Viareggio ed il canale di Tonfalo.
-Pisis. corrispondente all'odierna Pisa.
-Piscine, è di difficile identificazione, ma è da ritenersi come luogo allora noto per sorgente d'acqua e abbeveratoio degli ani-mali.
-Ad Fines, indica i confini dell'Italia romana del tempo. E' la parola al plurale derivante dal nome dei due fiumi Fine di S. Luce e Fine di Rivalto.
-Velinis, sta ad indicare, con un solo nome, una zona ove erano molti villaggi. Infatti vi si vede una figura a due torri che gli autori della Tabula usano per rappresentare un luogo molto abitato e di grande importanza come poteva essere nel III secolo d. C.
-Vadis, da identificare con l'attuale Vada. (Non si comprende perché non compaia Volterra come grande centro abitato).
-Aquae Volaterranae e Aquae Populoniae, Due stazioni termali segnate da due grossi casamenti quadrati e fra loro un lago da identificarsi con quello di Vecchienne più vasto nell'antichità dell'attuale. La prima stazione è da identificarsi con quella del Bagno al Morbo presso Larderello; la seconda nella media valle della Cornia (Madonna del Frassine) ove possono vedersi notevoli ruderi di un grande edificio di 5 grandi sale a volta al piano terreno e altrettante al primo piano a cui si accede da una scala esterna.
-Cosa, da identificarsi con l'odierna Ansedonia.
Per quanto riguarda le distanze possiamo notare che:
-Lune X - ad Taberna Frigida XII - Fossis Paparianis XII (o XV?) - Pisis, in tutto 34 miglia romane, da Luni a Pisa, corrispondenti a Km. 50,320 di fronte ai 54 dell'attuale percorso ferroviario dal fiume Arno alla stazione di Luni presso Sarzana.
Fra Collodi e Pescia è segnata la stazione Ad Mariis ove stava un tempio di Marte (oggi paese di Marti).

IV Sacolo
Attinia e Greciniana
L'inizio del quarto secolo trova in atto la più tremenda delle persecuzioni che sia infierita sui cristiani. L'imperatore Diocleziano (284-305) si illude di punire chi osa professare la religione cristiana.
Anche le popolazioni del nostro territorio sono soggette alla persecuzione e due dolci e purissime fanciulle, dal nome prettamente etrusco volterrano, Attinia e Greciniana. sostengono il martirio nell'anno 303 dopo lunga prigionia nella loro città. Una lapide di marmo, ritrovata nelle balze, porta con caratteri incisi il seguente elogio latino: "
Queste due purissime fanciulle Attinia e Greciniana furono martirizzate al tempo di Dioclezio e Massimino imperatori ".
Pochi anni trascorrono quando l'Imperatore Costantino (306-337) nel 313 agisce in netto contrasto con l'orientamento di Diocleziano riconoscendo, con l'Editto di Milano la libertà di culto ai cristiani.

La libertà di culto a Volterra
Nel 330 la fede è già radicata nel volterrano dove cominciano a sorgere i primi templi cristiani, mentre Bisanzio (Costantinopoli) è dichiarata unica capitale dell'Impero e a Roma il cristianesimo rimane l'unica sua forza vitale.
Dal 336 al 570 la Tuscia viene divisa in " suburbicaria " a sud dell'Arno e in " annonaria " a nord con a capo ¡ Consulares.
Si crede di far risalire a questo tempo l'istituzione della Diocesi di Volterra con il suo primo vescovo Opilione.
Tempi di grande calamità si stanno approssimando per l'Impero romano. Come nube temporalesca giunge la prima pericolosa ondata di una immensa emigrazione. Sono gli invasori orientali, gli Unni, barbari feroci come nessun'altra gente entrata a contatto con l'Impero romano. Sono nomadi di razza gialla che, oltrepassata la steppa dei Kirghisi e superato il Volga, seminano il terrore. Nella loro marcia di avvicinamento investono prima gli Ostrogoti, poi i Visigoti i quali rinunciando alla lotta fuggono attraverso il Danubio e dilagano nella Tracia distruggendo l'esercito romano (378).
Teodosio (379-395), generale romano di origine spagnola, riesce in parte a ristabilire la situazione già tanto compromessa e nel 390 lo troviamo in Milano ove incontra il vescovo Ambrogio.
Sta per finire il quarto secolo e l'anno 395 segna la morte di Teodosio e l'inizio delle grandi invasioni barbariche.

V Secolo
Si apre il sipario sul quinto secolo mentre hanno inizio le invasioni barbariche che si succederanno fino a quelle dei Longobardi, ponendo la stirpe italica in una condizione di estrema rovina.
Le orde barbariche spianano al suolo città e villaggi e con il loro spirito bellicoso mettono in rotta le truppe mercenarie che Roma ha di stanza alle frontiere. L'Impero romano è investito con estrema rapidità e la conquista è accompagnata da orribili devastazioni e incredibile sterminio del genere umano. I poteri centrali di Roma non funzionano più perché nessuno è in grado di farli funzionare, mentre quelli periferici diventano strumento di oppressione. Ove le orde passano la strada è segnata dal sangue, tutto è devastato senza distinguere il sacro dal profano, senza rispetto di età, sesso e condizione sociale. Quello che sfugge alla furia della prima ondata, perisce in quelle che la seguono. Le terre più fertili e popolose sono trasformate in deserti. I primi conquistatori che si insediano sono espulsi o sterminati da quelli che sopravvengono e sempre più feroci. La fame e la peste portano al limite estremo la sofferenza umana che non cessa fin quando il nord non si spopola. Flagello di Dio o Sterminatore di popoli, sono i nomi che indicano i più famosi capi barbari che sono paragonati alle calamità, le più funeste e spaventose che l'uomo conosca.
Sorge in questo tristissimo tempo il Monachesimo. Per sfuggire alle orribili rovine e violenze la popolazione italica si stringe intorno ai monasteri dove trova protezione in cambio di lavoro, e i conventi si trasformano in città fortificate, con vita propria e, isolate dal mondo, conservano e tramandano le grandi opere della latinità.
Questa è la scena triste che il sipario alzandosi al tempo della morte di Teodosio il grande (395), mostra fino al suo calare al tempo dello stanziamento dei longobardi in Italia, (circa 700) ed è la scena più tragica e sventurata che abbia avuto la stirpe italica.

Firenze circondata
Nel 405, il re ostrogoto Radagasio scende in Italia con 200.000 uomini distruggendo lentamente le città e, attraversato l'Appennino, nell'estate si trova di fronte a Firenze a cui pone l'assedio. L'esercito si accascia come bestia immonda sotto le sue mura. Stilicone, generale al servizio dell'Imperatore romano piomba su Radagasio con un esercito raccogliticcio di legionari romani, guerrieri visigoti, cavalieri unni, e uccide fra Fiesole ed il Mugello più di 100.000 uomini, mentre gli altri sono fatti prigionieri e venduti ai cittadini e coloni al prezzo di una moneta d'oro ciascuno. Radagasio viene poi decapitato davanti ad una porta delle mura di Firenze.
Invasioni barbariche si susseguono sempre più feroci coinvolgendo anche Volterra e il suo territorio (412), mentre l'Imperatore Onorio esonera la Tuscia da varie imposizioni in considerazione dei tanti flagelli abbattutisi su di lei.

Rutilio Namaziano
Notizie precise sul territorio a noi adiacente, in special modo della costa del Tirreno, ci vengono fornite in questo tempo. (416), dal poeta Claudio Rutilio Namaziano. Questi è figlio di Gallo, già Magistrato dell'Imperatore Onorio a Pisa, e ci racconta di un suo viaggio lungo le coste di Falesia (Piombino) Populonia, Vada. Pisa e Luni.
Sotto l'incalzare delle invasioni Visigote e Vandale decide, in età matura, di ritornare in Gallia sua patria, dopo un lungo servizio militare. Descrive in versi il suo viaggio da Roma fino a Luni via mare. Il poema è denominato " De Reditu suo " ed è definito un capolavoro della latinità classica.
Ancorata la sua nave nel piccolo porto di Populonia nota l'estrema rovina della città, ridotta a poche abitazioni e si dà a tristi considerazioni esclamando "
Non si possono riconoscere i monumenti dell'antica città, il tempo edace ha consumato anche le grandiose mura. Solo ne rimangono tracce e le case giacciono sotto vaste rovine. Noi non dobbiamo sdegnare se il corpo umano si dissolve, poiché vediamo dagli esempi che anche le città possono morire ".
Giunge poi alle secche di Vada dopo una navigazione pericolosa. Descrive e ricorda le saline, nelle quali si conduce l'acqua del mare perché evapori, depositando il sale che contiene. Qua viene accolto dal suo amico Albino Cecina, della illustre e antica famiglia volterrana, e ci fa sapere che quel centro abitato è ricco di aziende industriali e fabbriche signorili.
Proseguendo il viaggio vede le isole della Capraia e della Gorgona, notando la presenza di monaci che vi si sono raccolti a far penitenza. Tra questi trova un amico di buona famiglia e non riuscendo a capire una tale vocazione, lo definisce "
cervello stravolto". (Alla Gorgona. anche prima della caduta dell'Impero romano si forma la comunità religiosa che poi dopo dieci secoli di stazionamento nell'isola, si trasferirà alla Certosa di Calci, ove esiste tutt'ora).

Papa Leone 1° volterrano
Papa Leone 1° è del tipo di Ambrogio. Da anni conduce una lotta nell'interno della Chiesa per affermare la supremazia del vescovo di Roma su tutta la Cristianità. E' un toscano di Volterra, autoritario, massiccio e non grande teologo: ma è animato da una fede senza tentennamenti, convinto che la disciplina e l'obbedienza abbiano più valore della carità. Nell'estate del 452 si trova di fronte ad Attila sulle rive del Mincio, dove è venuto ad incontrarlo. Nessuno sa come si svolge il colloquio, ma la leggenda dice che l'Unno, di fronte al Pontefice col crocifisso in mano, indietreggia e abbandona l'Italia, salvandola da immani rovine. Nel 455 Papa Leone 1° va incontro al re vandalo Genserico che, sbucato ad Ostia, si prepara al saccheggio di Roma. Il Papa non ha quel successo avuto con Attila, ma riesce ad evitare uccisioni e incendi.
Nel 476 cade l'Impero romano di occidente e l'Italia va in mano agli stranieri senza potersene più liberare per 14 secoli.

I Vescovi della Diocesi di Volterra
Allo sfacelo dell'Impero sopravvivono i vescovi che con le loro virtù generano nelle genti barbare rispetto e venerazione. Essi sono personaggi di grande riguardo e non abbandonano la popolazione derelitta che gravita intorno a loro per i bisogni spirituali e materiali; diventano il fulcro della organizzazione civile, e sono onorati delle prime cariche nelle loro città. E' questa l'origine della forza temporale della chiesa ed il Vescovo appresenta il Prefetto., Sindaco, Notaio, Maestro e Agente del fìsco.
I primi vescovi di Volterra, di cui si ricorda il nome sono Opilione ed Eumanzio. A loro segue Eucaristia che regge la diocesi di Volterra sotto il Pontificato di Gelasio 1° (492-496), in un momento di particolare gravità per la chiesa, scossa dalle invasioni barbariche.
Tutto il territorio di cui stiamo trattando, compreso tra le valli dei fiumi Cecina e Cornia, fa parte della Diocesi vescovile di Volterra che comprende tutta l'attuale diocesi di Colle Val d'Elsa, di Livorno, parte di quella di S. Miniato ed è a contatto con quelle di Pisa, Lucca, Grosseto, Massa M.ma e Siena. Del 496 è un documento di Papa Gelasio 1°, ove si nota che viene nominato arcidiacono della chiesa volterrana, Giustino, affidandogli i beni della diocesi mal governata dal predecessore vescovo Eucaristio, deposto.
Nel 498 troviamo a capo della nostra diocesi il Vescovo Elpidio (494-514), il quale sottoscrive quattro Concili indetti da Papa Simmaco.
Sul finire del secolo V, papa Gelasio 1° ci narra che "
l'Emilia e la Toscana ed altre regioni, sono rimaste senza quasi più alcuna persona vivente ". Roma si ingrandisce sempre più e la plebe tumultua nei circhi mentre dappertutto si muore e non si nasce più perché vi è la sfiducia nella vita e la paura non fa generare altri infelici destinati solo alla schiavitù.


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